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Cosa sono davvero le abbuffate? Perché spesso vengono confuse con un pasto abbondante e perché spesso questa problematica non viene presa seriamente? Ecco le domande a cui risponderemo in questo articolo.

Il fine dell’articolo è quello di farti conoscere la realtà delle abbuffate in modo da poter essere d’aiuto a te o magari a una persona a te vicina. In questo articolo non si trova la spiegazione del mio metodo per uscire dalle abbuffate, questo non è il contesto adatto per spiegarla perché necessità un inquadramento più ampio.
Se quello è ciò che ti interessa, c’è il mio libro TANTO DOMANI NON MANGIO, lì trovi la metodologia che come coach uso per far sì che chi ne soffre possa uscire dal labirinto delle abbuffate. Se è di questo che senti la necessità, è lì che troverai la risposta. Anche in fondo all’articolo trovi il link per acquistarlo.

Infatti, potresti avere accanto una persona che è intrappolata nel labirinto delle abbuffate, oppure sei tu a vivere una situazione in cui ti chiedi se dovresti occuparti del tuo rapporto con l’eccesso di cibo. In questo articolo troverai risposta e conoscerai i criteri che distinguono un’abbuffata da un semplice pasto abbondante.

La differenza tra un pasto abbondante e un’abbuffata è la stessa che c’è tra dare un colpo di tosse di tanto in tanto e avere la broncopolmonite. Innanzitutto, il tuo colpo di tosse può apparire, ad un occhio poco esperto, uguale a quello di chi ha la broncopolmonite; ma sarà chiaro, con un’analisi più attenta, che quel singolo colpo di tosse non ti renderà una persona malata. 

Il secondo aspetto da considerare rispetto a questa differenza è che non ti verrebbe mai in mente di dire a chi soffre di broncopolmonite: “dai, smetti di tossire!”.
Attenzione, non sto dicendo che chi si abbuffa non può far nulla rispetto al proprio comportamento, anzi. Chi è in quel labirinto ha il diritto e la responsabilità di portarsi fuori. Tuttavia, quello che voglio dirti, è che la soluzione per farlo non passa dal sentirsi dire: “smetti di farlo”.

La distinzione tra chi si abbuffa e tra chi fa un pasto ricco ogni tanto non è superficiale, al contrario è molto profonda e articolata. Un pasto abbondante di tanto in tanto può anche essere sinonimo di una relazione con il cibo flessibile e sana. L’abbuffata, invece, è il sintomo di un mondo sommerso, che deve essere intercettato, visto e riconosciuto. Voglio insegnarti a farlo.

Sto per fornirti un’idea chiara e specifica di cosa è e cosa non è un’abbuffata. In questo modo, potrai decidere se è il momento di intervenire, che si tratti di te o di una persona a te cara.

Prima di iniziare ti chiedo di abbandonare tutti i preconcetti che hai a riguardo. Come quando si entra in una casa e ti viene chiesto di lasciare le scarpe all’ingresso, così ora ti chiedo di lasciare andare i pregiudizi che hai sul tema. Immagina di leggere per la prima volta la parola abbuffata. Cancella il modo in cui è memorizzata nel vocabolario della tua mente e dimentica il modo in cui sei abituato a utilizzarla. Potrai recuperare, se lo riterrai opportuno, tutti i tuoi preconcetti una volta terminata la puntata, come si recuperano le scarpe lasciate all’ingresso.

Per farti comprendere cos’è un’abbuffata voglio raccontarti un episodio che ho vissuto in prima persona:

Sono da poco uscita dal tunnel dell’anoressia nervosa, per anni ero pericolosamente sottopeso, mangiavo poco o nulla.  Mi trovo in un momento in cui la mia psicoterapeuta mi incoraggia a far pace con il cibo.
Un lunedì mattina ricevo un invito: “Noi andiamo all’all you can eat giapponese, vuoi venire?” Leggendo il messaggio sento quel tipo di eccitazione che racchiude paura e desiderio. Decido di far prevalere il desiderio, accetto.

Mi porto al ristorante giapponese. Scopro solo una volta lì che la formula “all you can eat” consiste in un’enorme distesa di cibo giapponese disposta lungo un buffet. 

Ho fame, appoggio la giacca al tavolo che ci hanno assegnato e inizio il mio primo viaggio verso quei cibi che mi attirano in maniera irrefrenabile. A parte la fretta, al momento il mio comportamento non è tanto diverso da quello delle mie amiche, che però vedo più rilassate. Scambiano chiacchiere, non sentono l’urgenza di scaraventarsi sul buffet come me, ma in fondo avranno meno fame di me, niente di strano.

Porto il primo piattino a tavola, lo divoro, un boccone dietro l’altro, ho fame in fondo. Sono solo una ragazza affamata ad un buffet. 

Mi alzo velocemente e corro al buffet di nuovo, metto qualcosa nel piattino maledettamente piccolo. Ogni boccone mi dà qualche istante di sollievo, ma poco dopo, la voglia di ingoiare ancora cibo riappare. In effetti non sto mangiando, se ci penso, sto ingoiando cibo. 

Torno a tavola, mangio ancora. Possibile abbia così fame? Non sto parlando con nessuna delle mie amiche, eppure amo parlare con loro. Ma in fondo sono solo una ragazza affamata ad un buffet, niente di strano.

Piatto vuoto, mi alzo, di nuovo cibo, tavola, mangio di nuovo, mi rialzo. La testa inizia a essere offuscata, mi sento salita su una giostra da cui non riesco più a scendere. 
Ripeto in loop la strada per il buffet altre volte, molte volte.

Adesso è troppo, sono pienissima. Che penseranno le mie amiche? Si saranno accorte? Di cosa hanno parlato tutto il tempo? Oddio, una di loro è in crisi con il suo fidanzato, non mi sono nemmeno ricordata di chiederle come sta.

Devo fermarmi. Vado in bagno per non tornare al buffet, mi fermo e mentre appoggio la schiena ad una parete, mi accorgo di quanto il mio corpo stesse implorando pietà.

Entra una mia amica in bagno, sono così disperata per il malessere che sento, da avere la necessità di confessarle: “ho perso il controllo, ho mangiato senza limiti”. Lei mi risponde: “Angi, abbiamo tutte mangiato tanto stasera!”. Il suo sguardo è così pieno di affetto e la sua intenzione ad aiutarmi mi arriva così intensamente, che fingo di essermi convinta: “Okay, hai ragione”. Ma, dentro di me intuisco che il mio mangiar tanto non è stato uguale al suo mangiar tanto.

Le abbuffate corrodono la vita di chi ne soffre. Lo fanno perché sono una forma di dipendenza e come tale rubano l’energia, fanno sentire soli e contaminano la gioia di vivere.

Ci sono dipendenze più facili da intercettare, come quella da sigarette, da alcol o da gioco d’azzardo. In queste tipologie di dipendenze la soluzione è la completa e assoluta astensione dalle sostanze e dai comportamenti che provocano assuefazione. Un giocatore d’azzardo seriale non deve trovare un equilibrio tra quanto e come giocare, deve trovare una strada per poter smettere. Non dico che sia semplice, intendo dire che la direzione è chiara. Il rapporto con il cibo è diverso. Chi ha una relazione autodistruttiva con il cibo non può decidere di smettere di farne uso. Piuttosto, deve includere, gestire e ristabilire un rapporto con la sua fonte di energia e nutrimento. L’analogia che ho appena fatto con l’abuso di altre sostanze potrà sembrarti piuttosto forte, ma se arriverai in fondo alla lettura di questo articolo, sono certa che riuscirai a dare un senso a questa similitudine.

Quindi, cosa è un’abbuffata e cosa non è un’abbuffata?

A distanza di tempo, dopo essere uscita dal tunnel delle abbuffate e aver aiutato tante persone a farlo, posso dire che questa distinzione ha alla base delle differenze rilevanti, che non riguardano solo la quantità di cibo. Le conoscerai sintetizzate in cinque punti, così anche tu sarai in grado di distinguerle, come gli esperti fanno quando devono separare i funghi velenosi da quelli commestibili:

  1. La vergogna. Chi fa un pasto abbondante non ha problemi a farlo in buona compagnia, anzi, lo utilizza come strumento di celebrazione della relazione. Invece, chi soffre di abbuffate tende ad assumere il cibo fuori dalla vista di persone conosciute. Quindi, non lasciarti ingannare dal fatto che qualcuno ha pubblicamente un comportamento ineccepibile dal punto di vista alimentare. Anzi, chi soffre di abbuffate spesso è anche considerato il salutista, colui o colei che riesce a rinunciare sempre al dolce. Qualcuno potrebbe rivolgersi a questa persona con domande come: “come fai a resistere?” oppure “come fai a saltare i pasti? Quanta disciplina!”.
    In realtà, quell’ Angela veniva raramente vista mangiare e quando accadeva rendeva visibile un atteggiamento di estremo controllo, che poi non riusciva a mantenere quando era sola in cucina. Questo le generava vergogna e a volte le provocava anche la sensazione di star ingannando le persone intorno a lei. Avrebbe voluto gridare a chi la ammirava per la disciplina e per la forza di volontà: “tu mi vedi agire così, ma non è ciò che realmente faccio!”. Questi pensieri, emozioni e sentimenti rischiano di compromettere il modo in cui la persona vive le relazioni.
  2. Il senso di fretta e di urgenza nel mangiare è il secondo aspetto da evidenziare come tratto distintivo tra un pasto abbondante e un’abbuffata. Chi fa semplicemente un pasto abbondante può mangiare più o meno velocemente a seconda delle proprie abitudini, ma chi si abbuffa è mosso da un senso di fretta e urgenza mentre si alimenta. La fretta è in parte collegata alla vergogna: la persona si muove come se stesse commettendo un reato. La fretta è anche collegata al senso di scarsità: la persona ha la sensazione di dover approfittare del cibo a disposizione nel minor tempo possibile, come se potesse esserle tolto da un momento all’altro. Il senso di scarsità, che appare insensato in una società dove il cibo è sempre presente e abbondante, verrà approfondito nel prossimo articolo.
  3. Il senso di alienazione: chi fa un pasto abbondante rimane in grado di interagire, seguire le conversazioni e potrebbe anche notare un miglioramento del proprio tono dell’umore. Il cibo accompagna la relazione. Invece, l’esperienza di chi si abbuffa è opposta. Nelle rare volte in cui la persona si abbuffa in pubblico, le voci diventano un brusio di sottofondo, gli altri diventano un elemento di disturbo e fonte di confronto frustrante. Chi si abbuffa si chiede in continuazione come gli altri possano controllarsi in presenza del cibo. La sensazione che pervade la persona durante un’abbuffata è quella di essere stata inserita in una bolla ermetica, che non fa più entrare o uscire niente. Dal di fuori vedreste questa persona cercare con lo sguardo il cibo; provare a distrarsi con acqua, bevande, gomme da masticare o sigarette; la vedreste intrattenere conversazioni vuote in cui è a malapena in grado di seguire il discorso. La sua mente è offuscata perché sta vivendo un’esperienza intensa e dolorosa. Se ti stai chiedendo come poter intervenire in una situazione del genere per rompere la bolla in cui si trova, ti ringrazio per questa tua intenzione. Sappi che questi articoli nascono proprio per dare risposta a questa domanda. Ci arriveremo insieme.
  4. L’incapacità di percepire il gusto del cibo. Chi fa un pasto abbondante assapora cosa mangia, perché ama ciò di cui si sta nutrendo. In un’abbuffata la persona spesso assume cibo anche poco gradevole, a volte addirittura percepito come cattivo, perché in quel momento non si sente di poter scegliere. L’unica spinta è cercare e assumere cibo, qualsiasi esso sia.
  5. L’ultimo punto si ricollega al precedente, è la sensazione, per chi si abbuffa, di non poter decidere. Come ormai hai compreso, non parlo dell’acquolina in bocca che avverti davanti ad una cheesecake, parlo di una condizione quasi ipnotica.

 

È innegabile che tutti mangiamo più abbondantemente a volte. Tuttavia, un’affermazione come “capita a tutti di mangiare di più” ha poco significato per chi si trova all’interno del labirinto delle abbuffate, per quanto l’intento di chi la pronuncia sia nobile. Pertanto, ti chiedo di smettere di dirla se tieni davvero alla persona che hai davanti.
Questa frase causa ulteriore frustrazione e colpa, genera distanza anziché vicinanza.

La mia priorità oggi era quella di rendere chiara la distinzione tra due comportamenti, che in inglese hanno anche due terminologie diverse: mangiare tanto si rende con overeat e abbuffarsi con binge. La lingua italiana non ci ha concesso questa distinzione, ma tu adesso la possiedi nella tua mente. 

Perciò puoi tornare all’ingresso, dove hai lasciato le tue scarpe. Puoi indossarle di nuovo per camminare nel mondo con una nuova consapevolezza. Adesso potrebbe sembrarti un piccolo pezzo, ma, in realtà andrà a far parte di un mosaico prezioso. L’importante è che mantieni salda la tua intenzione a seguirmi in questo viaggio alla scoperta delle menti in cui risuona la frase “tanto domani non mangio”.