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Cosa succede nel corpo dopo un’abbuffata, come ci si può rapportare a quel corpo che sta soffrendo? Ecco cosa andiamo a esplorare in questo articolo.

Il fine dell’articolo è quello di farti conoscere la realtà delle abbuffate in modo da poter essere d’aiuto a te o magari a una persona a te vicina. In questo articolo non si trova la spiegazione del mio metodo per uscire dalle abbuffate, questo non è il contesto adatto per spiegarla perché necessità un inquadramento più ampio.
Se quello è ciò che ti interessa, c’è il mio libro TANTO DOMANI NON MANGIO, lì trovi la metodologia che come coach uso per far sì che chi ne soffre possa uscire dal labirinto delle abbuffate. Se è di questo che senti la necessità, è lì che troverai la risposta. Anche in fondo all’articolo trovi il link per acquistarlo.

Il corpo di chi si abbuffa fa male da dentro, ma forse tu, da fuori, puoi fare qualcosa. 

Il fatto che il corpo sia dolorante comporta diverse conseguenze: il desiderio di nascondersi, di non essere visti e di non essere guardati; la tendenza a rendersi inaccessibili a livello fisico; la difficoltà nel passare davanti a qualsiasi superficie che rifletta la propria immagine e il disagio a trascorrere del tempo con il proprio corpo scoperto.

In questo articolo, avrai, come persona che sta supportando, un’ indicazione su come alleggerire il carico che il tuo ruolo potrebbe portare con sé. Ti stai prendendo cura della tua persona del cuore, ma c’è bisogno che non dimentichi la cura per te stesso/a. 

Prima di lasciarti all’indicazione pratica, arricchisco la tua conoscenza con un aspetto fondamentale: la relazione che ha con il proprio corpo chi periodicamente si abbuffa.

In questo modo puoi disporre di più strumenti per comprendere, senza giudizio, alcuni comportamenti, come l’isolamento fisico e l’isolamento sociale, che a volte chi si abbuffa tende ad attuare. Molte persone, ad esempio, a seguito di un’abbuffata, evitano la presenza del partner, non si rendono approcciabili, raggiungibili, reperibili al cellulare e si sottraggono a qualsiasi contatto diretto, se possibile.

L’ho fatto anche io. Per farti toccare con mano di cosa si tratta, ti lascio al racconto di quella volta che non potevo nemmeno essere sfiorata dal mio fidanzato dell’epoca.

Sono ad un battesimo e dovrei festeggiare. Mi trovo in mezzo ai parenti, quando le voci iniziano a farsi sempre più lontane e la mia voglia di chiacchierare si azzera. So che è arrivato il momento in cui tutta la mia attenzione si concentra sul cibo di quel buffet che ho davanti. Se mi fermo un attimo, giusto un attimo perché di più non riesco, sento il battito cardiaco accelerato e in tutto il mio corpo c’è come un formicolio che mi attraversa dalla testa ai piedi. Vado verso il tavolo, metto qualcosa nel piatto e mangio qualcos’altro direttamente dal vassoio, sperando che nessuno mi veda. Quando arrivo a sedermi al tavolo, ingoio tutto prima di potermi ancora accorgere che cosa davvero stessi mangiando. Nella mia testa c’è solo un pensiero a quel punto: ne voglio ancora. Gli altri parlano, ma le voci sono per me un sottofondo del mio momento con il cibo, un momento incantato e malefico. Perché la sensazione era quello di aver subito un incantesimo che solo diverso tempo dopo sarei riuscita a sciogliere. Mangio ancora e a un certo punto mi sento così male da dover chiedere di essere riaccompagnata a casa. La pancia mi faceva male, il senso di nausea era estremo, i pantaloni mi stringono così forte che avrei solo voglia di strapparmeli da addosso e non so nemmeno come gestire la conversazione in auto con chi gentilmente si è offerto di portarmi via. Sto cercando di respirare. Sarei dovuta partire dopo poco tempo per un fine settimana al mare con il mio fidanzato dell’epoca. Lo chiamo e gli dico che sto male, invento una scusa come tante e dico che le feste con i parenti mi mettono di pessimo umore. Era quella la storia che ho raccontato anche a me per giustificare tutto quel mangiare: i parenti mi mettono di cattivo umore. Lui fa finta di crederci, arriva a casa mia e aspetta che io stia un po’ meglio. Gli chiedo di non fare domande, gli chiedo di non guardarmi e gli chiedo di non toccarmi. Avrei dovuto aspettare almeno un paio di ore prima di poter salire in macchina di nuovo senza sentirmi male. Non avevo molti altri modi per poter contenere la nausea. Passano le ore e finalmente do l’okay per partire. Saliamo in auto con lui che pazientemente rispetta il mio disagio, che praticamente invade tutto l’interno dell’auto. Nel corso del viaggio faccio di tutto per evitare anche solo che sfiori il mio corpo, che ho la percezione di aver reso intoccabile con tutto quel cibo che avevo mangiato. Arriviamo al mare, dormiamo lontani e il giorno dopo non mangio quasi nulla.

Tratto dal mio libro Tanto domani non mangio

Ho la responsabilità di fare una premessa: molti hanno vissuto l’esperienza di una giornata in cui si deve convivere con un’ immagine corporea negativa. Capita di avere momenti in cui, guardandosi allo specchio, non si trova esattamente il corpo che si desidererebbe, occasioni in cui si sentono i pantaloni stretti e l’idea di mettersi in costume provoca disagio. Sono situazioni collegate a come si percepisce la propria condizione fisica, a volte influenzate 

dall’umore o da commenti esterni. 

Ti chiedo di non appiattire ciò che sto per raccontarti per farlo assomigliare all’esperienza che hai vissuto.

Te lo dico perché ho sperimentato entrambe le situazioni: i giorni in cui dovevo gestire il mio corpo nel post abbuffata e le giornate spiacevoli in cui il mio corpo non mi andava del tutto a genio. Posso assicurarti che, assolutamente, queste due esperienze non sono la stessa cosa.


Ecco le tre condizioni che vive chi si abbuffa, soprattutto a seguito di un episodio di abbuffata:  

  1. Il corpo dopo un’abbuffata fa male fisicamente: svegliarsi l’indomani dopo un episodio o farci i conti nel giorno stesso significa vivere in un corpo dolorante. Diversamente da quando si mangia semplicemente più del solito, non è solo la pancia a far male, ma è tutto il corpo a soffrire, è l’intera superficie corporea a dolere. Per permettere a te, che non hai mai vissuto questa esperienza, la comprensione, ti faccio pensare all’immagine di un gonfiabile, che viene riempito sempre più con aria, così tanto da star per esplodere, ma non esplode. Immagina le pareti tese di quel gonfiabile, dove ogni punto è alla sua massima capienza d’aria. Il corpo dopo un’abbuffata è in quel modo. È come se avesse raggiunto la sua massima capienza, è come se la pelle fosse in tensione per far spazio a tutto il cibo assunto nel giro, di solito, di poco tempo. Spesso a questo disagio si aggiunge anche dolore alla pancia e nausea, che si possono protrarre anche per 24/30 ore.
    Se tutto questo ti sembra strano, considera che io, e purtroppo non è solo la mia esperienza, arrivavo a ingerire durante un’abbuffata anche 10.000 kcal, che corrispondono più o meno a 12 cene medie o a 10 pizze napoletane ben farcite. Nella mia esperienza personale, la mattina dopo soffrivo anche di dolori muscolari. Questa non è una situazione che ho riscontrato in tutte le persone che ho seguito nei percorsi di Coaching e con cui ho scambiato la mia esperienza. Nel mio caso accadeva, e non ho ancora conosciuto la causa medica. Era per me un sintomo molto evidente e invadente, soprattutto quando riuscivo a trascinarmi a correre e quei muscoli così dolenti mi costavano tanta fatica, soprattutto nei i primi chilometri.
  1. Il corpo dopo un’abbuffata non vuole essere visto e guardato.
    Questa condizione non riguarda l’aspetto che quel corpo ha. Le mie prime abbuffate avvennero quando ero sottopeso, perciò, in una prima fase, esse rendevano probabilmente il mio corpo più piacevole, agli occhi del mondo esterno. Tuttavia, anche in questo primo periodo, dopo un’abbuffata, l’unica cosa che volevo fare, e che in genere si desidera fare, era scomparire. Ogni sguardo rischia di amplificare notevolmente il senso di disagio e di vergogna. Due occhi che si posano sul corpo fanno male allo stesso modo in cui l’alcol brucia su una ferita appena aperta. Spesso è fastidioso anche solo il contatto oculare. Infatti, è qualcosa che la persona schiva istintivamente, come se si avesse paura che gli altri possano leggere nei propri occhi ciò che si è appena fatto, anzi, ciò che si è appena commesso (se si vogliono usare le parole di chi si abbuffa).
  1. Il corpo dopo un’abbuffata non vuole essere toccato. 

È un corpo dolorante e carico di vergogna. Questa condizione comporta che il contatto fisico ravvicinato sia l’ultima cosa che quel corpo ricerca. Ciò determina che, nei giorni post-abbuffata, diventa difficile scoprirsi, anche solo per fare una visita medica; poco confortevole avere contatti fisici ravvicinati; complesso farsi la doccia (infatti di solito viene fatta al buio). In quei giorni non si sta volentieri davanti allo specchio, perciò, anche prendersi cura di sé con gesti come truccarsi o farsi la barba, non è scontato. Spesso, inoltre, non ci si veste in base all’occasione, piuttosto si indossano abiti larghi, possibilmente senza bottoni o cinture in modo da evitare di infliggere ulteriore costrizione al corpo.  

Queste necessità di isolamento e di assenza di contatto devono essere assecondate o scardinate? È una domanda che probabilmente, leggendo, ti è venuta in mente e che giunge anche nella mente di coloro che fanno i percorsi di Coaching con me. 

Ha senso vivere in tuta (ammesso si possa fare) dopo un’abbuffata? Oppure sarebbe più utile sforzarsi per ritornare a prendersi cura del proprio corpo, anche contro voglia?

C’è una linea molto sottile tra il rispettare ciò che in quel momento non crea ulteriore disagio e lo sprofondare ancora di più. Questa linea per ogni persona è unica e ognuno può definire cosa, nello specifico, è meglio per sé.

Lascia che ora ti riporti al tuo ruolo in questo processo. Adesso sai che di aver a che fare con un corpo che fa male, che non vuole essere visto, toccato e avvicinato. Con questa consapevolezza, ti verrà naturale evitare commenti sul fisico (anche se nascono come apprezzamenti) e ti verrà spontaneo limitare il contatto fisico. 

Ma oltre a queste accortezze, auspicabili da adottare, c’è una strada maestra per supportare al meglio la tua persona del cuore, prenderti cura anche della sua dimensione corporea e alleggerire il carico che il tuo ruolo porta con sé. Questa strada maestra, che per percorrerla richiede tanto duro lavoro, è il dialogo

Le abbuffate sono spesso un argomento tabù, lo sono nella nostra società, che molto spesso le banalizza o le sminuisce, e lo diventano anche nelle famiglie e nelle coppie. 

Tu, adesso, stai scardinando con me questo tabù. Hai la possibilità di aprire un dialogo. 

Se non sai come fare, puoi avviare il dialogo su due focus

  1. puoi parlare all’altra persona di come ti senti rispetto a questa situazione. Quali sono le tue emozioni? Provi rabbia, frustrazione, delusione? Nutri desiderio autentico di capire e aiutare? Cosa provi rispetto al sapere che la persona del tuo cuore sta affrontando tutto questo? Il primo focus, quindi, si incentra sul condividere rispetto a qual è la tua esperienza. Puoi esprimere anche quali sono le principali difficoltà che stai incontrando. Non credere, in questo modo, di appesantire il vissuto dell’altra persona, al contrario, andrete a creare un terreno di condivisione, di scambio e, appunto, di dialogo.
  2. Il secondo focus su cui centrare la comunicazione è chiedere alla persona di cosa ha davvero bisogno in quei momenti. Domandare: in che modo posso supportarti al meglio? Hai bisogno solo di supporto emotivo o c’è anche qualcosa di pratico che posso fare per esserci? 

Io posso consegnarti una regola generale, secondo la quale quel corpo non vuole essere toccato, ma la mia professione come coach mi ha insegnato che ogni esperienza è unica e non prevedibile. Potrebbe anche essere possibile che la tua persona del cuore abbia bisogno di un abbraccio più di qualsiasi altra cosa. 

Ti offro e continuerò ad offrirti delle linee guida universali, ma è fruttuoso che tu apra un dialogo con la tua persona del cuore, in modo che possiate trovare le modalità d’azione più funzionali e possiate sentirvi entrambi meno soli in tutto ciò che state affrontando.

Le informazioni riportate sono frutto della mia esperienza personale di cui parlo nel libro Tanto domani non mangio, disponibile su Amazon, in versione Kindle e cartacea.